È NATO IL COORDINAMENTO “SALAMANDRE”

 


È NATO IL COORDINAMENTO “SALAMANDRE”
Novembre 24
16:582024

Questo documento parla di una scissione inevitabile, di un’assemblea autoconvocata dalle compagne e dai compagni fuoriusciti da AL-FdCA e della conseguente nascita di un Coordinamento, denominato “Salamandre”.

“ Il ciarlatano fascista afferrò la maschera da lupo mannaro, si diede alla magia con nomi semifolli, con sceneggiature da romanzo dell’orrore che trapassa nel kitsch ma anche nella schizofrenia del piccolo borghese, ben utilizzata con profitto. Insomma la schizofrenia della cuccagna presa sul serio, che viene anch’essa dal dorato occidente”

( tratto da Il principio speranza, Ernst Bloch)

 

Una scissione sofferta, ma ormai inevitabile di fronte ad una gestione sclerotizzata ed autoritaria

Alcuni mesi fa un gruppo di compagni e compagne, firmatari tra gli altri di questo documento, ha deciso di scindersi da AL-FdCA, pur avendo contribuito a consolidarla in decenni di militanza politica.

Non è stato un fulmine a ciel sereno, è stata una scelta sofferta e ragionata di un nutrito gruppo di militanti di fronte al diniego senza appello, da parte della Segreteria di AL-FdCA, di convocare un Congresso straordinario richiesto da tempo. Un diniego che ha rappresentato l’ulteriore prova del livello di sclerotizzazione in atto nell’organizzazione politica da tempo imbalsamata in un aspetto formale di continuità – purtroppo subito passivamente dai più- che ha coperto e copre l’incapacità di confrontarsi con il nuovo che avanza.

Una scissione peraltro inevitabile proprio per ritrovare il senso del comunismo anarchico

Una sclerotizzazione che oltretutto ha prodotto, negli ultimi anni, una identità ideologica auto-referenziale che non può bastare, né storicamente è mai bastata alla nostra organizzazione politica, per restare fedeli al mandato storico che come comunisti anarchici abbiamo sempre perseguito. Una identità ideologica peraltro privata del necessario dibattito sugli aspetti emergenti legati al nuovo scenario internazionale e allo stato della nostra classe di riferimento.

Uno scenario mondiale che non ci può trovare inermi

Il mondo è sull’orlo di una catastrofe, ambientale sociale culturale e politica. Il capitalismo (inteso come modo di produrre e di consumare che determina i rapporti sociali) sta distruggendo intere regioni del pianeta impedendo alle popolazioni di vivere su quei territori. Gli effetti drammatici dei forti e sempre più repentini cambiamenti climatici aggravati da una irresponsabile gestione delle risorse territoriali privano le popolazioni dei beni essenziali a riprodurre la vita umana. La devastazione sociale e culturale è evidente, l’atomizzazione sociale e la privatizzazione dei servizi sociali continuano il loro cammino in cerca di sempre maggiori profitti che vengono inghiottiti dal sistema finanziario.

La ristrutturazione del capitalismo e la ridefinizione delle aree del potere globale stanno determinando svolte autoritarie in tutti i paesi del mondo, mentre il militarismo e la guerra -che viene ormai invocata come una necessità dagli attori internazionali- stanno avendo il sopravvento su ogni cosa.

L’accelerazione dei processi di disfacimento politico e sociale sta portandoci, anche a scala nazionale, in un tunnel senza uscita: le istanze di libertà e autodeterminazione individuale e collettive vengono attaccate a tutti i livelli, per far fronte a dinamiche repressive e di censura.

Anche il ruolo dello Stato, così come i processi di sfruttamento economico, si è modificato e ha ceduto alle oligarchie finanziarie il ruolo di gestore degli investimenti e del livello di welfare ammissibile. Le privatizzazioni dei beni pubblici, della sanità e della scuola hanno portato a un ulteriore impoverimento di uno strato sempre più ampio di popolazione, sempre più privato dei beni e dei servizi essenziali e necessari ad una vita minimamente dignitosa.

Da Bologna la necessità di darsi percorsi e strumenti per adeguare le procedure tradizionali di lotta

Quanto successo in questi ultimi anni ha dimostrato che le organizzazioni politiche che si chiudono dogmaticamente su se stesse finiscono col non essere più in grado di interpretare gli avvenimenti politici e culturali, le nuove dimensioni del potere, le nuove determinazioni dello scontro di classe, sfuggendo alle inevitabili contraddizioni che questi mutamenti portano con sé.

La scomposizione della nostra classe, imposta dagli sviluppi che ha avuto il capitalismo negli ultimi decenni, è tale che per avere una visione di insieme di quelle che sono le condizioni sociali della classe stessa non è più sufficiente la sola partecipazione a strutture di massa (i sindacati) con le stesse modalità e con gli stessi strumenti di alcuni decenni fa. Il nostro faro principale rimane l’anarchismo di classe e il nostro percorso politico si attua nel campo della lotta di classe, ma riteniamo che gli aspetti del dualismo organizzativo non siano più oggi praticabili secondo facili schemi collaudati nei decenni passati.

Preso atto della situazione di non ritorno e ritenendo l’esperienza in AL/Fdca ormai conclusa, ci siamo autoconvocati a Bologna il 16 Giugno di questo anno.

Nell’assemblea, ritenendo che, in questa fase storica, sia necessario mantenere un forte collegamento tra i compagni e le compagne uscite dall’organizzazione politica Al-FdCA, abbiamo deciso di strutturarci in un Coordinamento delle varie realtà territoriali di appartenenza, ipotizzando specifiche iniziative di partecipazione alle manifestazioni di opposizione al potere statale e capitalistico.

Ci auto-affidiamo, collettivamente, il compito di coordinare al meglio le nostre attività per rimanere fedeli al nostro indirizzo internazionalista e anti patriottico e costruire argini contro nazionalismo e razzismo, società patriarcale e militarismo, per un mondo in pace, senza guerre.

E’ inoltre iniziato già da subito, tra noi, un confronto per aggiornare le griglie interpretative di un tempo rispetto allo scenario delle modificazioni che il capitalismo oggi impone, convinti che l’invarianza storica non può mai essere la forma organizzativa di qualsivoglia OP, a maggior ragione se si tratta di una organizzazione politica di anarchici e anarchiche.

Unire le intelligenze e le esperienze di lotta per potenziare la risposta sociale

Il confronto intrapreso, che proponiamo di aprire a chiunque condivida i nostri principi libertari e di classe, riguarda il bisogno di riflettere sui mutamenti in atto, cogliendo gli aspetti di continuità del dominio nelle sue nuove forme e modalità, ampliando la nostra base di conoscenze teoriche e di analisi e facendone patrimonio condiviso, valorizzando la nostra griglia ideologica ma in maniera inclusiva e non rigida.

Per questa ragioni ci apriamo a quanti e quante nel mondo anarchico e altrove sentono l’esigenza di mettere le proprie intelligenze, le proprie esperienze di lotta in un comune Coordinamento che sappia costruire una difesa collettiva delle lotte e della partecipazione dei e delle libertarie nella loro attività politica, culturale e sociale.

Organizzarsi per fronti tematici di lotta aperti: locali, nazionali e internazionali

Lo sfruttamento economico da parte di padroni e padroncini nei confronti dei lavoratori, dei precari, delle false partite IVA, dei giovani immigrati, degli studenti/lavoratori, e della restante classe subalterna, è sempre più decentrato e disarticolato nei territori delle metropoli e delle province.

E’ qui che risiedono le mille forme potenziali di conflitto rivendicativo ed è qui che spesso tali forme rimangono ad uno stadio embrionale, isolate dalle altre espressioni rivendicative.

L’intervento che tutte e tutti noi proponiamo si estrinseca sia nel costruire e difendere la partecipazione che, laddove sussistano le condizioni, nel sostenere e diffondere il conflitto nelle forme che i territori oggi cercano di esprimere.

Questo piano di intervento è fondamentale, oggi ancor più di ieri.

Pensiamo sia necessario organizzarsi secondo fronti tematici di lotta capaci di:

potenziare la risposta sociale territoriale;

permeare l’organizzazione politica con le proprie istanze, i propri linguaggi, i propri metodi, per potenziare la sua propria utilità sociale, mantenendola parte organica della classe stessa.

In tal senso guardiamo con interesse anche alle pratiche organizzative delle nostre organizzazioni sorelle estere, cogliendo quegli strumenti proficuamente utilizzati nelle loro realtà militanti e di intervento.

Strumenti e prossimi passiUL

Oggi abbiamo aperto una nuova esperienza, tutta da costruire.

Per questo motivo riteniamo opportuno che forma e sostanza del nascente Coordinamento siano costruite nel desiderato e atteso processo di individuazione dei vari fronti di intervento, articolando proposte e gruppi di lavoro nati con l’interessamento di compagni e compagne presenti nei vari territori.

In grande sintesi, il Coordinamento “Salamandre”:

nasce su presupposti aperti a quanti vorranno portare il loro contributo, proponendo spazi in cui analizzare le tematiche individuate per gli approfondimenti, in vista della individuazione dei fronti di lotta, da gruppi di lavoro o da singoli compagni;

si dota di un bollettino interno quale strumento per la condivisione e lo scambio di informazioni e interventi;

si dà un appuntamento annuale, pubblico, in cui costruire il dibattito e definire le varie iniziative comuni, mettendo a confronto le varie esperienze locali, nazionali ed internazionali.

Le attività funzionali di segreteria verranno svolte a rotazione.

I compagni e le compagne del Coordinamento “Salamandre”

Bologna, 10 Novembre 2024

coordinamentosalamandre@gmail.com

 Intervista a Ilan Pappé

"Israele non avrà mai pace né sicurezza se non metterà fine all'occupazione"

Francesca Paci La Stampa 2/10/2024   


Su Tel Aviv piomba la risposta degli ayatollah e il Medioriente si blinda, l'orizzonte prima della pioggia. Il commento dello storico israeliano Ilan Pappé, critico irriducibile del sionismo a cui è dedicato anche il suo ultimo libro Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (Fazi), è lapidario: «Israele non avrà mai pace né sicurezza finché non metterà fine all'occupazione di milioni di palestinesi». Nessun cedimento alla memoria del 7 ottobre, all'alba del primo anniversario. Pappé scuote la testa canuta: «La pulizia etnica iniziata nel '48 è la causa, la guerra la risposta». Chiusa lì, occhio per occhio.

L'invasione del Libano, i missili iraniani su Israele. Siamo già oltre il baratro? «Alla fine l'Iran dovrà trattenersi, non può affrontare una guerra regionale. In Israele invece la leadership politica è convinta che il potere militare sia l'unica strada, non considera alcuna soluzione diplomatica e vede il controllo dell'intera Palestina storica come l'unica chance di pacificare un Paese spaccato tra religiosi e laici. Per questo, come in Libano, Israele insisterà con la forza: non so se schiaccerà la terza intifada iniziata il 7 ottobre, ma non rimuoverà il vero ostacolo alla pace che non è Hezbollah né l'Iran bensì l'occupazione di milioni di palestinesi».

Nel libro racconta una società lacerata tra lo Stato d'Israele, che difende il proprio essere democratico, e lo Stato di Giudea, in odor di teocrazia. L'abbiamo vista nelle proteste del 2023 contro Netanyahu che però sta recuperando. Che Paese è oggi Israele? «Un anno dopo il 7 ottobre Israele è quel che era prima, un Paese fratto dove lo Stato di Giudea guadagna terreno. I più laici stanno facendo le valigie e quelli che restano si condannano al silenzio, perché rifiutano la teocrazia ma non hanno un piano per la Palestina. Israele è ormai guidato da una élite messianica che sogna di modellare il nuovo Medioriente con la complicità di un mondo sempre più a destra e in spregio delle Nazioni Unite».

C'è chi chiama terrorismo la risposta israeliana al pogrom del 7 ottobre. È così e crede sia plausibile paragonare Israele, Hamas e Hezbollah? «Hamas ha indubbiamente compiuto un massacro di civili. Ritengo però che la risposta d'Israele sia stata del tutto sbagliata, non tanto all'inizio, a caldo, ma dopo, quando ha deciso di punire con Hamas l'intera popolazione di Gaza. Il 7 ottobre non è la causa di quella politica genocidiaria ma il pretesto, l'opportunità per il movimento dei coloni di fare pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania. La vita stessa degli ostaggi, per la prima volta nella storia dello Stato ebraico, è stata tutt'altro che una priorità».

Lei è un implacabile critico del sionismo. Neppure dopo il massacro dei kibbutz più pacifisti ha deposto le armi? «Quei kibbutz definiti pacifisti sono stati costruiti sulle rovine dei villaggi palestinesi distrutti prima e dopo la nascita d'Israele mentre chi li ha attaccati appartiene alla terza generazione di profughi. Nel '48 è stato il sionismo di sinistra a incoraggiare i coloni, cacciando le popolazioni indigene e creando a Gaza il mega campo profughi che dopo il '67 sarebbe diventato una mega prigione. Non puoi vivere accanto a una prigione e pensare che là dentro ti amino perché li aiuti. Sto con tutte le vittime del 7 ottobre ma non con il loro progetto sionista che è stato e sarà sempre un problema perché è immorale e non funziona».

Da un lato c'è Israele ostaggio di coloni irriducibili, dall'altro una causa palestinese a cui l'islamismo ha scippato la matrice anticoloniale volgendola in religiosa. Di Israele ci ha detto, del fronte opposto? «Il movimento anticolonialista palestinese non è diverso dagli altri: quando la sinistra ha ottenuto dei risultati è stata premiata dal consenso, quando lo ha mancato la gente ha cercato un'alternativa. Penso che gran parte dei palestinesi non voglia Hamas ma la liberazione e che veda il movimento islamico come l'unica forza in lotta per la liberazione. Se Oslo avesse funzionato i laici guiderebbero oggi i palestinesi, invece dal 1993 le cose sono andate sempre peggio e l'islam è rimasto l'estrema trincea della resistenza. Mi spaventa più l'involuzione israeliana delle oscillazioni ideologiche palestinesi perché storicamente, fuori dall'occidente, l'islam e la sinistra sono riusciti a lavorare nella stessa direzione».

In Iran, dove nel '79 le sinistre affiancarono Khomeini salvo esserne poi annientate, avrebbero molto da ridire... «È vero, in Iran non ha funzionato ma in Tunisia sì. Ogni Paese ha la sua storia e comunque l'islam politico iraniano deve essere riformato se vuole giocare un ruolo nella regione».

Non ha paura di evocare il genocidio dei palestinesi additando Israele. Ammetterà che gli altri non sono tutti angeli. «Non idealizzo Hezbollah né Hamas. La violenza politica è evidente, la sua radice meno. In Libano prima della fase coloniale, esisteva un'identità collettiva in cui le religioni convivevano. Il settarismo è arrivato con le potenze straniere».

La strada di Hezbollah è lastricata dalle lapidi di Samir Kassir, May Chidiac, Gebran Tueni, intellettuali uccisi per le loro critiche. C'è un Ilan Pappé nel mondo islamico? «Ne conosco molti. Ma nelle guerre di liberazione le critiche non sono benvolute, dubito che i partigiani italiani in lotta contro i nazifascisti ambissero al confronto democratico».

Ripete che c'è un prima del 7 ottobre. Può, nel dopo, un Iran ridimensionato riaprire gli Accordi di Abramo e il piano due popoli per due Stati? «Quella di due popoli per due Stati è una strada morta. E non vedo speranza nella politica israeliana futura: continuerà a virare a destra. Inoltre, non sono i popoli ma i regimi a volere gli Accordi di Abramo. E se gli Stati arabi diventassero democratici sarebbero ancora più ostili a Israele perché la causa palestinese incarna un sogno che essendo ancora in potenza potrebbe correggere gli errori dei Paesi già decolonizzati. L'unica via d'uscita dalla violenza è un'iniziativa internazionale volta a far nascere uno Stato democratico dal fiume al mare».

Uno Stato binazionale? «Uno Stato per gli ebrei e i palestinesi, rifugiati compresi».

E come dovrebbe chiamarsi? «Il nome non conta, potrebbe chiamarsi Nuova Palestina».

Una provocazione. E Israele? «Gli ebrei dovrebbero accettare di non essere più maggioranza nel nuovo Stato. L'alternativa è la guerra, seguita dalla scomparsa d'Israele. Non puoi pensare di vivere opprimendo un altro popolo in eterno».

La pace si fa con i nemici, insegna Oslo: Israele potrebbe stringere la mano a Hamas? «Dividersi la terra è impossibile. Forse non lo era nel '67 ma ora le colonie sono ovunque. Alla Palestina toccherebbe il 22%: non si parla di strette di mano ma di contenuti».

In Italia, a ridosso dell'anniversario del 7 ottobre, la senatrice Liliana Segre è stata accusata di sionismo. Riemerge l'antisemitismo in occidente? «L'antisemitismo c'è sempre stato e non sparirà. Credo però che oggi il razzismo sia peggiore dell'antisemitismo e che il bersaglio siano i musulmani. Mi dispiace per Segre ma focalizzarsi su un singolo è sbagliato. Ci sono tre tipo di antisemitismo: quello classico di antica matrice cattolica, quello radicato in alcuni ambienti musulmani minoritari e quello derivante dalla confusione tra ebraismo e Stato d'Israele che il sionismo ha molto voluto e che serve a Israele ma danneggia gli ebrei. Il sionismo è da sempre il male per gli ebrei».

Hanno visto di peggio, direi. Sono stati sterminati ben prima della nascita d'Israele. «L'idea di Herzl che per battere il nazionalismo nazista servisse un nazionalismo sionista è folle. Non a caso il sionismo nasce in Europa: non sarebbe mai venuto in mente agli ebrei del mondo arabo perché lì la convivenza era nei fatti. L'antisemitismo dilaga dalla sovrapposizione tra identità ebraica e Israele. L'unica luce oggi arriva dai giovani ebrei che, specie in America, iniziano a rifiutare quell'equivalenza».

CHIARIMENTI da parte della COMUNITA' PALESTINESE DI ROMA E DEL LAZIO:


 1) La manifestazione inizialmente era convocata dalla Comunità palestinese su una piattaforma assolutamente condivisibile.

2) I Giovani Palestinesi Italiani hanno fatto uscire una loro convocazione successiva per la stessa scadenza con un testo assolutamente non condivisibile che inneggiava al "7 ottobre inizio della rivoluzione".

3) Questo appello ha dato la scusa a Piantedosi per vietare la manifestazione;

4) La Comunità Palestinese e il Movimento Studenti Palestinese hanno deciso di non scendere in piazza il 5 ottobre e promuovono una nuova giornata per il 12, dal momento che l'attuale piattaforma non è frutto di una convocazione condivisa 

5) E' uscita una nuova piattaforma che ha punti non condivisibili. Per esempio: "sostegno incondizionato alla resistenza". Noi da sempre riconosciamo il diritto di resistenza, ma condanniamo attacchi contro civili oltre a non riconoscerci assolutamente nell'autoproclamato "asse della resistenza" che fa riferimento all'Iran. Non possiamo andare un giorno ai cortei insieme alla comunità curda gridando "donna, vita, libertà" e poi l'altro stare con Ayatollah e formazioni che fanno riferimento a varie forme di islam politico reazionario. La piattaforma inoltre contiene punti non unitari tra i palestinesi stessi e l'impostazione non a caso NON dà la priorità alla richiesta del "cessate il fuoco", che invece a noi sembra il punto fondamentale.  

6) Noi dunque abbiamo deciso di non aderire a documenti che non condividiamo pienamente e anzi rispetto ai quali dissentiamo su alcuni punti e, come in tante altre occasioni (per esempio la manifestazione del 28 ottobre del 2023) partecipiamo con le nostre posizioni illustrate in un comunicato stampa che vi è stato inviato. 

7) Rispetto all'esaltazione del "7 ottobre inizio della rivoluzione", noi ci sentiamo in dovere di far presente che queste posizioni isolano invece di allargare il fronte di chi chiede il cessate il fuoco, lo stop al genocidio, il riconoscimento dello stato di Palestina, la rottura della cooperazione militare, il boicottaggio e le sanzioni, ecc. Non a caso nelle convocazioni di manifestazioni all'estero le parole d'ordine sono simili alle nostre, e non a quelle che sono al centro dell'agenda del corteo del 5. 

8) Non siamo subalterni e codisti rispetto ad altre organizzazioni che hanno posizioni diverse dalle nostre. Noi andiamo in piazza con il nostro profilo ideale e programmatico. 

9) Ricordo che nei nostri congressi abbiamo sempre sostenuto la soluzione "due popoli due stati" con ritiro di Israele e dei coloni dai territori occupati illegalmente dal 1967 che è anche la posizione delle risoluzioni ONU, Cuba, Cina, Lula, ecc. e della Sinistra Europea. Si è aperta da tempo una riflessione intorno alla proposta di stato laico bi-nazionale in cui convivano i due popoli e le differenti religioni. Non è però quella espressa nella piattaforma. Noi ne discutiamo e ne discuteremo da internazionalisti sempre nel rispetto del popolo palestinese e della sua autodeterminazione.

10) Di fronte alla più potente macchina militare del Medio Oriente, supportata dal più grande complesso militare industriale del pianeta è nostro dovere lavorare perchè il nostro paese e l'Europa smettano di essere complici del genocidio, dell'occupazione illegale dei territori, dell'apartheid  della pulizia etnica. Noi non partecipiamo a gare tra chi è apparentemente più radicale sulla pelle di altri popoli. Cerchiamo di dare un contributo con umiltà e spirito unitario e internazionalista. Andiamo in piazza con la coerenza delle nostre posizioni.


Youssef Yousef Salman, presidente della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio

La Piattaforma organizzativa dei Comunisti Anarchici

SEMPRE ATTUALE  UTILE LETTURA , CHE PROPONIAMO IN DIVERSE USCITE SU ARGOMENTI SPECIFICI , PER CONOSCERE O MEGLIO CONOSCERE  "LA PIATTAFORMA ORGANIZZATIVA DEI COMUNISTI ANARCHICI



VIII - ANARCHISMO E SINDACALISMO.

Noi consideriamo artificiosa e priva di ogni fondamento e di ogni buonsenso, la tendenza che oppone il comunismo anarchico al sindacalismo e viceversa.

Le nozioni di anarchismo e di sindacalismo appartengono a due diversi piani. Mentre il comunismo, cioè la società libera di lavoratori eguali, è lo scopo della lotta anarchica, il sindacalismo, cioè il movimento operaio rivoluzionario organizzato sindacalmente, non è che una delle forme di lotta rivoluzionaria di classe. Raccogliendo i lavoratori sulla base della produzione il sindacato rivoluzionario, come del resto ogni movimento di carattere professionale, non possiede una determinata ideologia, non possiede una concezione del mondo che risponda a tutte le complicate questioni sociali e politiche della realtà contemporanea. Esso riflette sempre l’ideologia di diversi gruppi politici, e precisamente di quelli che operano più intensamente fra i suoi aderenti.

Il nostro atteggiamento nei confronti del sindacalismo rivoluzionario viene chiarito da quanto diremo. Senza preoccuparci di risolvere qui, in anticipo, la questione del ruolo dei sindacati rivoluzionari all’indomani della rivoluzione, cioè di sapere se essi saranno gli organizzatori di tutta la nuova produzione, o se essi cederanno questo compito ai soviet operai, o ai consigli di fabbrica; noi pensiamo che gli anarchici devono partecipare al sindacalismo rivoluzionario, considerandolo come una delle forze del movimento operaio rivoluzionario. Tuttavia, la questione che si pone oggi non è di sapere se gli anarchici devono o meno impegnarsi nel sindacalismo rivoluzionario, quanto piuttosto di sapere il come e con quali obiettivi essi devono prendervi parte.

Noi consideriamo tutto il periodo trascorso fino ai giorni nostri -durante il quale gli anarchici partecipavano al movimento sindacalista rivoluzionario in qualità di militanti e di propagandisti individuali- come un periodo di relazioni artigianali degli anarchici con il movimento operaio sindacale.

L’anarcosindacalismo, che si sforza d’introdurre con forza le idee libertarie nell’ala sinistra del sindacalismo rivoluzionario, tramite la creazione di sindacati di tipo anarchico, rappresenta, sotto questo profilo, un passo avanti: ma esso non riesce ancora a liberarsi del tutto del metodo empirico. Giacchè l’anarcosindacalismo non pone bene in reciproco rapporto di necessità l’opera di "anarchizzazione" del movimento sindacalista con quella dell’organizzazione specifica delle forze anarchiche, esistente al di fuori di quel movimento. Orbene, solo a condizione dell’esistenza di un tale rapporto sono possibili l’anarchizzazione del sindacalismo rivoluzionario e l’impedimento di ogni possibile deviazione di quest’ultimo in senso opportunista e riformista.

Considerando il sindacalismo rivoluzionario unicamente come un movimento professionale di resistenza di lavoratori, privo di un’ideologia sociale e politica determinata e perciò impotente a risolvere da se stesso la questione sociale, noi riteniamo che il compito degli anarchici nei ranghi di questo movimento debba consistere nel tentativo di diffondervi le idee libertarie, di orientarlo anarchicamente, per trasformarlo in uno strumento attivo della rivoluzione sociale. Occorre comunque non dimenticare mai, che se il sindacalismo non troverà, al momento opportuno, il sostegno dell’ideologia anarchica, esso ripiegherà, volente o nolente, sull’ideologia di un qualsiasi partito politico statalista. Il sindacalismo francese, che un tempo brillava di parole d’ordine e di tattiche anarchiche, cadde poi sotto l’influenza dei comunisti da una parte, e soprattutto dall’altra parte sotto l’influenza dei socialisti opportunisti di destra. Si tratta di un esempio sintomatico.

Comunque l’azione degli anarchici nelle file del movimento sindacale operaio rivoluzionario non potrà essere svolta se non a condizione che la loro opera sia coerentemente legata e sincronizzata con l’attività dell’organizzazione anarchica che si trova fuori del sindacato. In altre parole, noi dobbiamo aderire al movimento operaio rivoluzionario come forza organizzata, responsabile del lavoro svolto nei sindacati di fronte all’organizzazione anarchica generale, e orientata da questa organizzazione.

Senza limitarci alla creazione di sindacati anarchici, noi dobbiamo cercare la nostra influenza ideologica su tutto il sindacalismo rivoluzionario, organizzato nelle più diverse forme (gli I.W.W., le Unioni professionali russe, ecc…). Potremo raggiungere questo scopo mettendoci al lavoro solo come collettivo anarchico rigidamente organizzato, e non a piccoli gruppi empirici senza alcun legame organizzativo e senza alcuna convergenza teorica fra loro.

Raggruppamenti anarchici nelle imprese e nelle officine, impegnati alla creazione di sindacati anarchici, in lotta nei sindacati rivoluzionari per la preponderanza delle idee libertarie nel sindacalismo; raggruppamenti orientati nella loro azione da una organizzazione anarchica generale: ecco il senso e le forme dell’atteggiamento degli anarchici di fronte al sindacalismo rivoluzionario ed ai movimenti sindacali rivoluzionari ad esso legati. 


 

Di seguito la traduzione del documento programmatico de* compagn*  francesi su Palestina-Israele, per utile conoscenza sulle posizioni reciproche. il documento risale allo scorso giugno, ed è stato riproposto in questi giorni. 

 Coordinamento federale dell'Union Communiste Libertaire, giugno 2020

Il conflitto israelo-palestinese è una guerra coloniale, che contrappone uno stato imperialista a un popolo spogliato. Credere che, da entrambe le parti, le motivazioni religiose o gli interessi economici siano essenziali sarebbe un'illusione.

Israele, uno stato coloniale

La classe dirigente israeliana, e la maggior parte della sua classe politica, sono profondamente intrise di un'ideologia nazionalista e colonialista, il sionismo. Questa ideologia è nata in un contesto di crescente antisemitismo e nazionalismo in Europa. A differenza delle correnti assimilazioniste o rivoluzionarie, le correnti sioniste consideravano l'antisemitismo inevitabile fintanto che gli ebrei rimanevano in minoranza ovunque  e avevano l'obiettivo storico di costituire una maggioranza ebraica nazionale in Palestina, cosa che passò attraverso l'espulsione dei palestinesi durante tutto il processo coloniale, e attraverso una politica di pulizia etnica.

 In  continuità con tutto ciò,  l'attuale classe dirigente israeliana mira a mantenere uno stato su basi etno-nazionaliste in cui la maggioranza nazionale rimanga ebrea. Parte di questa classe dirigente ha addirittura come progetto politico la totale esclusione delle minoranze arabe e druse: la legge del 2018 sullo "stato-nazione del popolo ebraico" è l'inevitabile conseguenza della politica perseguita con costanza dal 1948.

 Tuttavia, lungi dall'essere omogenea, la società israeliana, plasmata dalla guerra e dalla ricerca dell'identità, è estremamente comunalizzata. Gli arabi israeliani - compresi i drusi - sono considerati "sub-cittadini" e non godono degli stessi diritti degli ebrei israeliani. Anche all'interno della popolazione ebraica esistono tensioni significative tra ashkenaziti, sefarditi, mizrahim, ebrei ed ebrei etiopi. Il polo anticolonialista e antirazzista, anche se molto in minoranza, rappresenta uno degli appoggi concreti più diretti al popolo palestinese. All'altra estremità dello spettro, le correnti nazionaliste-religiose e la lobby dei coloni costituiscono un polo ultranazionalista, omofobo, patriarcale e intransigente che pesa sempre più sullo stato israeliano.

 

L'espansionismo sionista non soddisfa solo le caratteristiche di una guerra di conquista. È stata costantemente accompagnata da una politica di pulizia etnica. Durante la guerra del 1948, centinaia di migliaia di civili palestinesi furono costretti a un esodo senza ritorno. Alla fine della guerra del 1967, Israele ha evitato di annettere la Cisgiordania e Gaza - cosa che avrebbe obbligato Israele a conferire la cittadinanza ai suoi abitanti -  e accontentandosi di occupare militarmente queste regioni, ha  privato gli abitanti di quell'area  di tutti i diritti. Con l'ascesa al potere del Likud (1977), il discorso etno-nazionalista si rafforzò e la colonizzazione della Cisgiordania si intensificò. La politica di colonizzazione forzata di Gerusalemme Est dimostra che una politica di pulizia etnica può essere perseguita anche in "tempo di pace".

 La religione non ha giocato un ruolo nell'emergere del sionismo, che definisce l'ebraicità come una nazionalità, sul modello etno-nazionalista. La creazione dello Stato di Israele ha portato alcune delle correnti religiose ad esso inizialmente contrarie a unirsi ad esso in una "sintesi nazionale-religiosa", che intende giustificare l'esistenza dello Stato a posteriori con argomenti religiosi generalmente assenti dal progetto sionista iniziale. I nazionalisti "laici", invece, giustificano la costruzione dello stato israeliano in nome di un regno ebraico che esisteva in questo territorio 2500 anni fa.

 Nemmeno gli interessi economici sono la causa principale dell'espansionismo israeliano. Fondamentalmente, le politiche espansionistiche dei sionisti sono tipiche di quelle rare situazioni in cui l'ideologia prevale sulla razionalità economica. I costi economici e sociali della colonizzazione e dell'occupazione militare sono sproporzionati rispetto ai pochi vantaggi che possono essere rappresentati dal controllo delle risorse naturali e di un proletariato palestinese diseredato.

 Una delle principali sorgenti di questa ideologia all'interno della diaspora ebraica e della popolazione israeliana è la paura di un nuovo genocidio, che porta a considerare essenziale il mantenimento di una "maggioranza nazionale" ebraica in uno "Stato di rifugio., Israele, qualunque cosa il costo. Tuttavia, lungi dall'essere un rifugio dall'antisemitismo, questa politica contribuisce all'isolamento della minoranza ebraica in altri paesi e conduce la popolazione israeliana nella  guerra e nel colonialismo. Evita la questione essenziale della lotta all'antisemitismo, volendo subordinarlo al sostegno dello stato israeliano, ed elimina anche altre questioni come il "diritto al ritorno" nel loro paese di origine delle minoranze ebraiche mizrahim,  e sefardita la cui cultura araba / persiana / curda ... è negata.

 Tuttavia, il colonialismo israeliano ha un grande interesse economico e geostrategico per gli imperialisti occidentali: dal mandato britannico alla creazione dello Stato di Israele, sostenuto sia dall'Occidente che dall'URSS, questi ultimi hanno sempre voluto tenere sotto controllo il Vicino e il Medio Oriente, una grande posta geostrategica ed economica.

 Il popolo palestinese, in  lotta per i propri diritti

 Il popolo palestinese, in tutte le sue componenti, si batte soprattutto per i propri diritti. I cosiddetti  palestinesi del '48 (arabi israeliani, compresi i beduini) si battono per la parità di diritti e contro la discriminazione. Quelli in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza stanno combattendo contro l'occupazione militare e per la sovranità sulle loro terre. I rifugiati lottano per il diritto al ritorno o per il risarcimento del danno subito. Sebbene le priorità di queste componenti possano divergere, una profonda solidarietà le lega di fronte all'oppressione.

La resistenza palestinese oggi è essenzialmente una resistenza civile e pacifica. Militarmente, l'Autorità Palestinese - come prima e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina - pesa poco di fronte a Israele. È questa incapacità di ottenere l'indipendenza con le armi che può aver spinto giovani palestinesi disperati a diventare "martiri" in attentati suicidi.

 Ancora una volta, la religione non era la motivazione principale. Gerusalemme e la Moschea di Al-Aqsa sono soprattutto simboli nazionali. La resistenza palestinese formata nei campi tra il 1948 e il 1967 è stata profondamente laica, come la maggior parte del popolo palestinese, dove musulmani e cristiani di tutte le convinzioni vivono in armonia. Il progetto "Palestina democratica", portato avanti dall'OLP dal 1969 al 1993, evocava un paese unico e laico i cui cittadini, atei o di fede ebraica, musulmana o cristiana, potessero vivere in libertà e uguaglianza. Questo progetto doveva essere l'antitesi dello stato etnico discriminatorio incarnato da Israele.

 Gli interessi economici che il popolo palestinese può avere nella sua emancipazione è ovvio: i diritti sociali, il diritto di coltivare la propria terra, il diritto di navigare, la libertà di movimento, il recupero o il risarcimento per le proprietà saccheggiate, ecc. È il fallimento della realizzazione di questo progetto laico che ha aperto la strada a correnti “nazional-religiose” come Hamas e la Jihad islamica, inizialmente guardate con gentilezza dallo Stato di Israele, che ha visto l'opportunità di rimuovere ogni prospettiva di un soluzione che rompe con l'etno-nazionalismo.

 Il popolo palestinese da solo di fronte all'occupante

 La resistenza palestinese oggi è sola di fronte all'espansionismo sionista.

 Non ha nulla da aspettarsi dalle potenze imperialiste occidentali. La storia è simile quando si parla di stati nella regione. Sebbene abbiano usato la lotta palestinese, raramente l'hanno servita. Giordania, Arabia Saudita, Qatar così come Egitto e Siria sono stati travolti dall'indipendenza che la resistenza palestinese ha dimostrato nei loro confronti.

A volte l'hanno combattuta con le armi, compiendo massacri come quello del Settembre Nero del 1970. Oggi, nonostante la pressione della loro opinione pubblica, questi stati preferiscono normalizzare i loro rapporti con lo stato sionista. [...]

 L'assistenza internazionale più sincera al popolo palestinese verrà dalla società civile, nei paesi della regione, negli Stati Uniti, in Europa, nello stesso Israele. È dall'azione degli anticolonialisti israeliani che i palestinesi possono aspettarsi di più.

 La resistenza popolare purtroppo non può fare affidamento sull'Autorità Palestinese, criticata e considerata illegittima da gran parte della popolazione palestinese a causa della sua collaborazione con l'occupante e in concorrenza con il "governo" di Hamas nella Striscia di Gaza.

 Laicità, libertà, uguaglianza: un progetto per la Palestina

 Non ci può essere pace senza giustizia. Questo è il motivo per cui l '"accordo del secolo" brandito da Donald Trump non porterà a nient'altro che a un'escalation coloniale. Cercare di raggiungere la pace senza rispondere alle profonde aspirazioni di autonomia e riconoscimento del popolo palestinese può solo portare al fallimento, alla disillusione e, ancora una volta, alla rivolta popolare.

 Ipotesi di soluzione immediata del conflitto:

 -La creazione di uno stato palestinese. Questa concessione accettata dall'OLP a Oslo nel 1993 è un triste passo indietro rispetto al progetto iniziale di "Palestina democratica". Riconosce l'esistenza dello Stato di Israele e la necessità di una divisione etnica. Uno stato è ora l'obiettivo a breve termine della resistenza palestinese, che fornirà un minimo di sicurezza entro i confini internazionalmente riconosciuti. Ma questa soluzione sembra oggi impossibile a causa delle dimensioni della colonizzazione, la vitalità di un tale stato, grande come un dipartimento francese e senza continuità territoriale, è più che dubbia.

-La nascita di una federazione israelo-palestinese. All'interno di un unico confine, due entità legali, una "israeliana" e una "palestinese". Questo progetto ha il vantaggio di garantire l'autonomia culturale e la parità di diritti di due popoli che si credono diversi, e in particolare di rispondere al profondo desiderio degli israeliani di una "casa nazionale ebraica". Ma a lungo termine, rappresenta un rischio di deriva libanese, con la sua frammentazione della comunità.

Questi due progetti hanno essenzialmente un valore tattico. Non antagonisti, esprimono ciò che può essere possibile, in più fasi, in una data situazione, in un dato momento. Non dovrebbero focalizzare i dibattiti perché, di per sé, non soddisferebbero le aspettative palestinesi - non rispondono, ad esempio, alla questione cruciale dei rifugiati e dei loro diritti, una questione che finché non esiste.non sarà risolta una fonte di grande conflitto.

 Un Paese unico, laico e democratico che non si potrebbe chiamare "Israele" resta l'unica soluzione politica in grado di garantire la pace e l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dal loro background culturale. Questa soluzione, se può sembrare irraggiungibile a breve,  rimane in vigore per tutti gli attivisti, israeliani e palestinesi, ostili alla segregazione etnica e al razzismo di stato. La presenza di forze politiche in Israele come in Palestina, avendo un'interpretazione religiosa e razzista del conflitto, minaccia un simile progetto. In cambio, la riconciliazione, la pace, l'uguaglianza e la laicità sono le migliori armi per combattere questi fondamentali.

La prospettiva di una "federazione socialista mediorientale", se non è una precondizione per una tale soluzione, può rappresentare un importante fulcro per la resistenza palestinese, spazzando via i regimi nella regione che hanno interesse a escludere qualsiasi reale e anticolonialista soluzione al conflitto.

L'UCL sostiene il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese

 Per la resistenza palestinese, sostenuta dalla maggioranza della popolazione palestinese, questa autodeterminazione implica:

 -l'evacuazione da parte dell'esercito israeliano di tutti i territori occupati dal 1967 e la fine del blocco di Gaza;

-lo smantellamento di tutti gli insediamenti e le infrastrutture coloniali in Cisgiordania;

-il diritto dei rifugiati a tornare alle loro case e / o ad un equo compenso;

-sostanziale uguaglianza dei diritti tra cittadini arabi e non arabi in Israele;

-il diritto alla creazione di uno stato vitale accanto a Israele. Il mantenimento della prospettiva a lungo termine di un paese unico, laico e democratico, tuttavia, rimane una necessità;

- l'aiuto a ricostruire tutte le infrastrutture distrutte e l'economia palestinese.

 Nell'immediato,  l'UCL:

 -ribadisce il suo sostegno alla resistenza palestinese;

-ribadisce il suo sostegno agli anticolonialisti e ai ribelli dell'esercito israeliano;

-condanna qualsiasi interpretazione e pretesa razzista o religiosa collegata al conflitto in Palestina. Sia il razzismo anti-arabo che l'antisemitismo sono strumentalizzati dallo stato israeliano, dalle correnti sioniste per giustificare la guerra etnica che lo stato israeliano sta conducendo, da persone nazionaliste-religiose, dai leader e dalle classi dominanti dei paesi della regione.  Affermiamo che la duplice lotta contro il razzismo anti-arabo e l'antisemitismo è una chiave essenziale per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Costruire un'alternativa credibile e concreta all'antisemitismo è una condizione essenziale per indebolire l'influenza politica delle correnti sioniste;

-chiede la smilitarizzazione della società israeliana.

-chiede l'esercizio di sanzioni economiche allo Stato israeliano

-chiede la smilitarizzazione della società israeliana.

-chiede l'esercizio di sanzioni economiche nei confronti dello Stato coloniale israeliano, da un lato, abrogando l 'accordo di associazione" economico, militare e scientifico tra l'Unione europea e Israele; dall'altro, senza indugio, boicottando i prodotti importati da Israele tramite la campagna internazionale Boycott Divestment Sanction (BDS);

-chiede la fine di ogni cooperazione militare con lo Stato di Israele.

 

Coordinamento federale dell'Union Communiste Libertaire,  2021